Facebook in Borsa, i retroscena del primo mese di quotazioni

Facebook spegne le candeline del primo mese alla Borsa americana. Una ricorrenza che, scommettiamo, la società avrebbe voluto festeggiare con ben altri numeri. Nonostante il rimbalzo di 11 punti percentuali avvenuto la scorsa settimana, le quotazioni del titolo sono ancora sotto di 21 punti percentuali rispetto al prezzo fissato nell’initial public offering.
Il problema di Facebook, almeno in Borsa, è proprio all’origine: i 38 dollari dell’Ipo sono stati ritenuti eccessivi dalla maggior parte degli osservatori, scatenando di fatto gli interrogativi sulla validità del road show e delle fasi preparatorie dello sbarco della società sui mercati regolarmentati.
Le difficoltà di Facebook nell’offerta pubblica iniziale, ricorda Il Sole 24 Ore, sono state d’altronde “oggetto di azioni legali nei confronti della social network e del Nasdaq, che ha chiesto scusa per i problemi tecnici registrati che hanno causato un ritardo nell’avvio degli scambi. Problemi che sono proseguiti con le difficoltà di comunicare ai trader l’esecuzione dei loro ordini, con conseguenti perdite. Il Nasdaq ha costituto un fondo da 40 milioni di dollari per risarcire gli investitori”.
La vicenda Facebook si arricchisce di un nuovo tassello. Morgan Stanley, infatti, la banca d’affari che ha curato l’Ipo del social network più famoso del mondo, ha affermato di essere pronta a rimborsare quegli investitori che hanno pagato più di 43 dollari per un’azione della compagnia.
A riportare la clamorosa notizia è la stampa statupnitense, sottolineando che gli aggiustamenti dei prezzi di migliaia di azioni scambiate oltre tale soglia potrebbe avvenire già nelle prossime ore.
A spiegare la natura della decisione è stata la stessa banca americana nel corso di una recentissima e affollata conference call, durata dieci minuti, nella quale ha indicato ai broker che procedure seguire.
Difficile, tuttavia, ritenere che la scelta di Morgan Stanley possa evitare alla banca d’affari, e a Facebook, di passare per le vie legali. Le due parti sono infatti state coinvolte in una causa legale che mira ad analizzare quanto accaduto in sede di collorcamento.
Per quanto concerne l’ammontare dei rimborsi, si parla di una cifra non straordinaria rispetto alle perdite che i quattro principali trader (Knight Capital, Citadel Scurities, Ubs e Automated Trading Desk) hanno conseguito sull’Ipo di Facebook: oltre i 100 milioni di dollari.
Gli azionisti fanno causa a Zuckerberg
Raramente quotazione fu più tormentata di quella Facebook. I guai, per il miliardario fondatore Mark Zuckerberg, e per Morgan stanley, che ha seguito la quotazione in Borsa, sono infatti appena cominciati.
Un gruppo di azionisti ha provveduto ad avviare una causa collettiva contro società, fondatore e amministratore delegato e advisor. Alla base di tutto, la mancata comunicazione agli investitori, che le stime di crescita del social network erano state ridotte in modo significativo dagli stessi analisti che ne avevano gestito il road show, prima dell’Ipo miliardaria. “Ci difenderemo in modo vigoroso” – fanno però sapere da Facebook – “riteniamo che la causa non abbia motivo”.
Nell’attesa di comprendere come andrà a finire l’intricata vicenda, una cosa è certa: la causa sarà la prima di una serie di accuse formalizzate verso i protagonisti della quotazione, e mirate a dimostrare che solamente ad alcuni investitori privilegiati era stata comunicata una consistente riduzione delle previsioni di crescita.
A seguire la causa collettiva sarà lo studio legale Robbins Geller, che a suo tempo riuscì a ottenere un risarcimento di 7 miliardi di dollari dalla Enron. A finire all’interno del recinto degli accusati potrebbe essere anche Nasdaq OMX Group, la società che controlla l’indice su cui è quotato il social network, che per il momento è accusata da un unico azionista per ritardi nel collocamento, dovuti a problemi tecnici che secondo l’accusa hanno portato a gravi perdite.
Morgan Stanley sotto accusa
Continua il crollo dei titoli Facebook. Al quarto giorno di negoziazione, in premarket, i titoli hanno subito una nuova flessione sotto quota 33 dollari, per poi cadere in picchiata sotto la soglia dei 31 dollari. Un trend che fa preoccupare gli osservatori di mercato, alimentando i dubbi sul processo di quotazione del social network.
Questa volta, a finire nel mirino degli analisti, è Morgan Stanley, advisor e responsabile del collocamento di Facebook, “accusata” di spingere la società durante le presentazione per raccogliere i desiderati 16 miliardi di dollari e, dall’altra, di tagliare le stime sui ricavi della società.
Considerata che la tempistica della revisione del giro d’affari Facebook è giunta a breve distanza dalla sua quotazione, influenzando il corso del titolo, gli addetti ai lavori si interrogano sulla validità sostanziale dell’operato della banca.
“I nuovi report proprio nel mezzo del roadshow, una cosa mai vista”, riporta Reuters, citando un investitore. Morgan Stanley è comunque in buona compagnia, visto e considerato che anche JpMorgan e Goldman Sachs hanno provveduto a rivedere le proprie previsioni sulla società di Zuckerberg.
Ciò sul quale si sta cercando di fare chiarezza è se Morgan Stanley abbia – o meno – informato correttamente tutti delle nuove stime, o abbia riservato l’informazione ai soli migliori clienti…
La quotazione di Facebook è un segnale della morte dei social media?
Considerato il flop Facebook, con il titolo che ha perso l’11% nel suo secondo giorno di quotazione, e questa mattina cedeva già tre punti percentuali negli scambi pre market, il mercato si interroga sull’effettivo rischio di un investimento nella società, e sulla validità del suo modello di business.
A prevalere, in questo momento, sono soprattutto coloro che ritengono Facebook meno “forte” rispetto a quanto si fantasticava, con un modello di business fragile, contraddistinto da pubblicità non così redditizie, e da una inefficiente gestione delle fan page. Più volte abbiamo ricordato come alcuni big dell’industria americana abbiano ritirato i propri impieghi pubblicitari su Facebook poichè non ritenuti convenienti, complice anche la nuova modalità di accesso al social network, sempre più basata sugli ingressi via smartphone, e meno attraverso il computer.
Secondo quanto sta emergendo in queste ore, inoltre, la scarsa incisività della quotazione di Facebook potrebbe tradursi, già nelle prossime settimane, in un mercato delle Ipo ancora più rigido e selettivo, così come più severe potrebbero essere le possibilità di ottenere fondi da parte di venture capitalis per le società interessate.
Non solo: la debolezza di Facebook “potrebbe essere il segnale che il settore dei social media ha raggiunto il top e che quindi è necessario guardare altrove”, sostiene Frobes.
Un bel guaio, per Zuckerberg & co., che forse non hanno mai creduto veramente nell’Ipo del proprio social network.
Il flop del secondo giorno di quotazioni
Dopo due giorni di quotazione, il titolo Facebook crolla a Wall Street. Le azioni del social network hanno ceduto il 12 per cento sulla Borsa di New York, tornando al di sotto del prezzo di collocamento, che venerdì scorso era stato fissato a 38 dollari per azione (con picco a 42,55 euro).
Alla fine, pertanto, il collocamento della società, l’Ipo più attesa dell’anno, è stata “un fallimento” – per dirla con le parole di Rich Karlgaad, di Forbes, che ha colto l’occasione per indicare i sette motivi per cui la transazione di prima offerta pubblica dei titoli della compagnia sia stata fallimentare.
Il primo, sottolinea Forbes, è che l’Ipo è avvenuta troppo tardi. Il secondo, è che il fondatore del gruppo, Mark Zuckerberg, non ha mai amato cedere una parte di capitale agli investitori. “Non ha mai voluto che fosse quotata” – ricorda Karlgaad – “e questo è diventato ovvio nel corso del rad show”.
Terzo motivo è che Facebook non ha lasciato praticamente nulla agli investitori comuni. Quarto motivo, il timing dell’iniziativa: la quotazione è avvenuta in un momento molto incerto per il vecchio Continente, ma non solo. “Maggio non è un buon periodo per quotarsi” – sostiene Forbes.
Infine, secondo il giornale, Facebook sarebbe “monotona”, non necessaria e non in grado di fornire l’immagine di opportuna solidità.
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Mar 19/06/2012 da Roberto Rossi in Social Networking











