Spread, la paura non è ancora finita: perchè l’Italia può rischiare

Negli ultimi l’andamento dello spread ha riportato alla memoria momenti non troppo felici da parte della finanza italiana su fronte internazionale. Una nuova ondata di tensione che ha colpito il nostro Paese e la Spagna, generando un nuovo allargamento del differenzia tra i titoli di Stato tricolori e i Bund tedeschi.
Stando a quanto è accaduto nel corso degli ultimi giorni, appare evidente come i mercati finanziari internazionali non si stiano ancora fidando della tenuta dei conti pubblici italiani, nonostante i gradimenti espressi nei confronti degli sforzi e dell’impegno esercitato dal Paese.
A contribuire a soffiare sul fuoco sono inoltre alcune dichiarazioni particolarmente emblematiche. In merito, il Financial Times Deutschland ha pubblicato un editoriale nel quale avverte sui pericoli del ritorno dell’infezione della crisi europea, ricordando come il costo del rifinanziamento del debito spagnolo sia tornato sui livelli di novembre.
Proprio la Spagna è considerata da più parti come la nuova Grecia, valutata la significativa instabilità che ruota intorno a Madrid. Il premier Rajoy ha annunciato pochi giorni fa la nuova serie di tagli alla spesa pubblica, che andranno a colpire la sanità e l’istruzione locale. Nonostante questi intenti, il differenziale dei rendimenti spagnoli continua a battere i record recenti, con un peggioramento dello scenario reso possibile dalla fuga dei capitali dai confini iberici. Si calcola in proposito che gli investitori internazionali abbiano ritirato dalla Spagna circa 19 miliardi di euro. Sono invece 23 i miliardi di euro (40 a giugno) che lo Stato dovrà pagare ad aprile per poter adempiere alle proprie obbligazioni. Più nel medio termine, la Spagna dovrà pagare 140 miliardi di euro, più quasi 30 miliardi di interessi.
E se la situazione della Spagna è ben lungi dall’essere ristabilizzata, lo stesso si può dire dell’Italia. Il Corriere della Sera, in merito, ricorda come “molti investitori hanno smesso di credere che sempre nuove dosi di austerità simultanea possano aiutare l’Europa a stabilizzarsi su un nuovo equilibrio. Al contrario, in questo momento i mercati temono che un eccesso di rigore di bilancio in troppi Paesi allo stesso tempo si stia dimostrando un errore. Ieri la Borsa spagnola è scesa ai minimi da tre anni e i rendimenti sui titoli di Madrid sono saliti dopo che il governo ha annunciato dieci miliardi di tagli alla sanità e alla scuola”.
“E’ presto” – continua il Corriere – “per sapere se realmente le previsioni del Fondo monetario sono corrette. E non ci sono indicatori che dicano che austerità e recessione si stanno già alimentando a vicenda. Ci sono però alcuni pericoli concreti di cui tenere conto: l’avvicinarsi della stagione di versamenti delle nuove imposte sulla casa può per esempio spingere molti, se in difficoltà a pagare, amettere sulmercato i propri immobili. E una scivolata del prezzo del mattone non sarebbe certo positiva né per le banche, né per l’economia in generale”.
Ad ogni modo, la strada della rigorosità dei conti pubblici sembra essere una via obbligata. “L’unica risposta possibile diventa stringere al massimo la cinghia e mantenere un forte surplus di bilancio prima di pagare gli interessi, ma ciò a sua volta frena ancora di più l’economia” – continua il Corriere – “Così la spirale può ripartire. La carenza di liquidità nel sistema Italia—i pagamenti in ritardo, il denaro che non circola — si spiega anche con questa severa austerità pubblica e privata. Dal Giappone negli anni 90, agli Stati Uniti nel 2009, gli Stati sovrani hanno sempre reagito a queste trappole del debito stampando moneta: la banca centrale immette denaro in circolo spingendo il tasso di crescita (inflazione compresa) sopra il tasso d’interesse sul debito, che dunque diventa subito sostenibile. Smette di salire rispetto al Pil. Così stanno uscendo dalle loro crisi di debito sia gli Stati Uniti di Barack Obama, che la Gran Bretagna di David Cameron. Anche la Banca centrale europea in fondo ci ha provato”.
Per quanto concerne le iniezioni di liquidità della BCE, secondo il Corriere “con quel denaro gli istituti hanno comprato titoli di Stato, riportando in basso gli spread nei primi tre mesi del 2012. Ma non tutto è andato bene, perché il sistema non è perfettamente integrato come quello americano. Nelle condutture del sistema finanziario europeo, riaperte dalla Bce, si sono rapidamente create nuove storture che oggi stanno contribuendo al ritorno della tensione. Ed è successo perché l’Europa finanziaria resta la giustapposizione di diciassette Stati sovrani, priva di un regolatore e di un garante unico. Nell’usare i fondi della Bce, il sistema si è balcanizzato lungo linee nazionali e ormai quasi più nessuno offre credito a entità di altri Paesi: l’euro è diventato la moneta unica priva di un mercato unico dei capitali. Il paradosso è che tutto è successo proprio nell’utilizzare la liquidità della Bce. In Italia per esempio il Tesoro ha garantito quasi 40 miliardi di nuovi bond delle banche private, perché poi queste potessero presentarli in garanzia alla Bce in cambio di denaro fresco”.
Per quanto invece riguarda il futuro a breve termine, il quotidiano ricorda come “il 19 aprile i Paesi del G20 approveranno un aumento dei finanziamenti di 360-400 miliardi di dollari al Fondo monetario, proprio come rete di sicurezza all’area euro. Anche il Fondo salvataggi europeo, nelle sue varie forme, crescerà entro l’anno a quasi 500 miliardi di euro. Intanto i governi europei nel silenzio generale lavorano a un regolamento anche più rivoluzionario del Fiscal compact, le nuove regole di bilancio: in futuro potranno «raccomandare» pubblicamente a maggioranza che un governo europeo chieda un salvataggio. Ieri su questo si pronunciato Luis de Guindos, ministro delle Finanze di Madrid: «La Spagna non ha bisogno di salvataggi, per il momento ». Della sua frase, i mercati hanno capito solo la seconda parte”.
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Gio 12/04/2012 da Roberto Rossi











